#25 | In-Chiostro
"Il Male", di Alessio Mannino: il caso Giorgio Bianchi e l'intolleranza del "dissenso"
Zelensky è indifendibile. Ma il “tribunale del popolo” social contro Giorgio Bianchi fa schifo
Giorgio Bianchi, fotografo, documentarista, analista, è uno dei migliori reporter italiani. Ma soprattutto, è intellettualmente onesto. Qualità rara, e non solo nella categoria dei giornalisti. Lo si desume da tutto il suo percorso, e non ci sarebbe alcun bisogno di sottolinearlo se non fosse che parte del suo tradizionale seguito in questi giorni lo sta bersagliando non solo di critiche (vivaddio sempre legittime), ma anche di contumelie, trattandolo come un “traditore”. Marchio d’infamia morale. La sua “colpa”? Aver scritto – citiamo da alcuni suoi post sui social – di sentire “profonda pietà per Zelensky e per la sua gente” dopo la zuffa in mondovisione con Trump e Vance, due “arroganti con i deboli”, “sadici malati” che prima hanno mandato gli ucraini “al massacro” e “ora li umiliano”; che non ci si può “rifare una verginità scaricando le colpe di tutto sul semplice pedone”, perché “Trump è espressione e coartefice del disastro ucraino”, mentre ora cerca di “fare affari con la Russia come se nulla fosse, utilizzando gli imbecilli politici europei” messi lì dagli Stati Uniti; che “sugli spalti dell’arena-divano” ci si gode lo scempio di “un povero pirla gettato in pasto alle fiere” (Zelensky), facendo “il tifo per gli artefici del disastro ucraino ed europeo”. In aggiunta, ha ripreso anche Alessandro Orsini, ancor più esplicito nel “solidarizzare” con il presidente dell’Ucraina.
Intendiamoci: non scriviamo queste righe per difendere Bianchi, che se vuole sa difendersi da solo. Vogliamo solo mettere un punto fermo destinato a chi oggi lo insulta, e a lui rivolgere qualche domanda. Riguardo ai suoi detrattori, che siano innamorati delusi o estimatori con la condizionale, diciamo chiaro e tondo che disprezzarlo oggi, incasellandolo tra la “gente che si definisce ‘antagonista’ del sistema” (come ha fatto un Marco Rizzo ormai indistinguibile da Vannacci, il quale però, a differenza sua, di voti ne ha parecchi), denota tutta la mentalità settaria e stalinista di certi ambienti “anti-sistema”. Diversi dal mainstream solo perché non ci sono loro, a occupare il mainstream. Appena il malcapitato di turno dovesse esprimere una posizione disallineata, ecco che la sua storia, il suo profilo, le sue qualità vengono azzerate dall’oggi al domani, in quanto reo di non fornire più la rassicurante dose di conferme a un pubblico che giudica esclusivamente in base allo schema amico/nemico, Bene/Male, o con noi o contro di noi. La sortita di Bianchi ha fomentato toni scomposti, da canea inviperita col reprobo, che rappresentano la prova provata, purtroppo, di quanto la libertà di dissenso, nella cosiddetta area del “dissenso”, valga fintantoché il dissenso non tocchi le proprie certezze, le proprie aspettative, l’indefettibile “linea”. Questo tipo di pseudo-dissenso, che vede infiltrati e rinnegati ovunque, ci fa senso.
Giorgio Bianchi
Messo in chiaro quel che andava chiarito sui modi, veniamo però alla sostanza. E nella sostanza, anche chi scrive non è d’accordo con Bianchi. Prima di tutto, per una serie di ragioni legate al contesto dell’ormai storica conferenza stampa finita a cazzotti (verbali). Guardandola dal primo all’ultimo dei 60 minuti di durata, si evince con palmare evidenza che Zelensky, che pure non poteva rifiutare l’invito alla Casa Bianca, la rissa se l’è andata a cercare. Con tutto il male che si può e si deve dire sul congenito bullismo di Trump, in questo caso il provocatore è stato l’ex comico ucraino che non ha capito, come ha scritto il generale Fabio Mini sul Fatto Quotidiano (3/3), che l’intesa sulla risorse minerarie “era la chiave di Trump per negoziare con Putin” per “convincerlo a fare concessioni e convincere gli americani che la questione ucraina era esclusivamente una questione di affari e interessi nazionali”.
O, al contrario, lo aveva forse capito talmente bene che, per citare un altro esperto non certo di vulgata, il direttore di InsideOver Fulvio Scaglione, Zelensky “non era volato a Washington per firmare l’accordo sui minerali e le terre rare ma per contrattare ancora”. In pratica, “per lui l’accordo non c’era, qualunque cosa la Casa Bianca credesse”. Il “servo del popolo”, per i primi quaranta minuti, ha sfidato il presidente Usa su tutto: niente cessate il fuoco e nessun compromesso, difesa aerea e truppe alleate sul territorio, ancora sanzioni alla Russia, restituzione di ogni metro annesso da Mosca, ecc ecc. Se queste dovevano essere le basi per trovare una quadra, di fronte a un interlocutore che ha in mano le carte e senza il quale l’Ucraina si sarebbe dovuta arrendere dopo qualche mese, non ci si poteva aspettare da Trump una reazione molto diversa, di fronte alla classica goccia che fa traboccare il vaso. Ovvero quando, con malcelato risentimento, Zelensky se n’è uscito con un micidiale “tutti in guerra hanno problemi, anche voi, ma voi avete un bell’oceano in mezzo e non li sentite adesso, ma li sentirete in futuro, grazie a Dio”.
Da lì è iniziato il devastante show. Devastante ma rivelatorio: il retroscena è andato in scena, abolendo d’un sol colpo l’azzimata ipocrisia a cui la ritualità diplomatica ci ha abituati da secoli. Secondo Scaglione, Zelensky ha volutamente irritato l’amministrazione americana perché sa, una volta firmato l’accordo, che come uomo politico (e forse non solo) è spacciato. Sicuro. Ma quel che non si può dire è che sia un “povero pirla”. Perché se è certamente vero che è andato al potere e ci è rimasto solo e soltanto grazie all’influenza, ai soldi e alle armi di Washington, d’altra parte ciò non lo rende oggi una vittima verso cui empatizzare. Un conto è la popolazione ucraina, questa sì vittima di privazioni, costretta a emigrare o a morire nelle trincee. Un altro è il signor Zelensky e la sua cricca di estremisti, che ci hanno rintronato gli orecchi con la pretesa di aggredire la Russia, potenza atomica, per un conflitto originariamente interno che, proprio nel ring con Trump, ha ammesso lui stesso essere cominciato da più di dieci anni, sia pur omettendo l’esistenza di minoranze filo-russe e rigirando la frittata (“Siamo stati occupati fin dal 2014 e abbiamo continuato ad avere battaglie e morti fino ad anche prima dell’invasione”, testuale).
Marco Rizzo
Quanto al fatto che, secondo Bianchi, Trump sarebbe “coartefice del disastro”, stando ai puri fatti vogliamo forse paragonare le responsabilità di Barack Obama (colpo di Stato Euromaidan, 2014) e di Joe Biden alla vigilia dell’invasione russa, con quelle di Trump al primo mandato, fra il 2017 e il 2021? E si badi bene: The Donald, a differenza di quel che vanno strombazzando le sue majorettes (anche qui in Italia: “viva Trump!”, per citare sempre Marco Rizzo), ha il solo pregio, oggettivo, di non indorare l’amara pillola. Ma la pillola rimane quella: gli Stati Uniti fanno il cazzo che vogliono, quando vogliono, e con chi vogliono. Solo che ora lo fanno in uno scenario globale mutato, multipolare, e la particolarità dell’affarista di destra Trump è dover soddisfare il suo elettorato, a cui non piacciono le formule e le cerimonie del moralismo di sinistra. Se prima l’impero a stelle e strisce perseguiva i suoi interessi con la foglia di fico della democrazia da esportare, ora agisce da impero fregandosene di addurre giustificazioni moraleggianti (anzi, spingendosi all’eccesso opposto, all’amoralità fatta e finita, vedasi il raggelante video “Trump Gaza” - esempio, cari Rizzo e cameragni, di egemonia allo stato brado, di sdoganamento e diffusione della più abietta mancanza di senso d’umanità, del cinismo più cinico normalizzato in marketing di massa: questo, è il trumpismo come fatto culturale).
Ciò detto e puntualizzato, sull’Ucraina la domanda che poniamo a Giorgio Bianchi è la seguente: se, come sai perfettamente, la politica in generale, e quella internazionale in particolare, si fonda sui rapporti di forza, e se la guerra, come ogni guerra, ha già lasciato abbastanza morti sul terreno, russi e ucraini, e se vogliamo pure incolparne per intero, a monte, gli Stati Uniti, non è che sia il caso di guardare il bicchiere mezzo pieno, nel tentativo trumpiano di concluderla, benché con tutte le sue motivazioni di ritorno bassamente economico? E soprattutto: come fai a sentire vicinanza con uno Zelensky che ci ha messo del suo, nel casino ucraino, e che fino a ieri, letteralmente proprio fino all’altro giorno, ha continuato a gettare benzina sul fuoco? Uno che, come tutti i politici a questo mondo, sta cercando solo di salvare il proprio deretano sulla pelle del proprio popolo? Salvando sia pur idealmente l’insalvabile Zelensky in zona cesarini, benché con l’intenzione di condannare l’energumeno americano, ritorna dalla finestra quel che sembrava uscito dalla porta. Vale a dire la teoria, tre anni or sono giocata sull’emozione del momento e poi ripetuta goebbelsianamente, dell’aggressore e dell’aggredito. Solo che questa volta, il “povero” Volodymyr sarebbe aggredito non da Putin, ma dagli Stati Uniti. Come se in una guerra fatta per procura, non ci si potesse aspettare che il mandante possa a un certo punto toglierla, la procura. Detto con tutta l’ammirazione per il lavoro sul campo che Bianchi ha fatto in quel teatro, non riusciamo a capire come faccia a non capirlo.
Volodymyr Zelensky
In tutti i casi, ci siederemmo più volentieri accanto a Bianchi col quale siamo in disaccordo, che a fianco di chi bolla le opinioni divergenti come deviazionismi. Le “folle schiumanti di bava”- che da duemila anni sono sempre quelle, per Barabba contro Gesù, e Bianchi, effettivamente, il volto un po’ cristologico ce l’ha – sanno di inquisizione. Così come hanno qualcosa di sinistro certi commissari del popolo senza popolo, non degni neppure di essere menzionati per nome, che ai tempi della buonanima di Stalin avrebbero, loro sì, sadicamente goduto nel firmare purghe in nome della Linea.
Alessio Mannino





